Isaìa 63,16b-17.19b; 64,2-7; Salmo 79 (80); 1Corìnzi 1,3-9; Marco 13,33-37
Dalla Legge alla Grazia: andate!
Nel cammino di preparazione al ricordo della nascita di Gesù Cristo è giusto riconoscere il peccato umano ed invocare il Signore: «Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo». «Siamo divenuti come panno immondo; sono avvizziti come foglie i nostri atti di giustizia; le nostre iniquità ci hanno portato via come foglie al vento».
Contempliamo sventure senza alzare gli occhi a te nostro Padre: «Nessuno invoca il tuo nome, nessuno si risveglia per stringersi a te. Tu, Signore, tu sei nostro padre». Non possiamo dimenticare che «tutti noi siamo opera delle tue mani; siamo argilla e tu colui che ci plasma».
‘Ci plasma’ ogni istante, non ci ‘ha plasmato’. Signore, è il tempo di annunciare il tuo nome, la tua nascita, la presenza di te che «da sempre ti chiami nostro redentore». Perché Signore non intervieni in nostro aiuto per smentire il bugiardo che desidera nascondere la tua presenza fino a rinnegare i simboli della fede? Ci è stato detto: Andate! e noi diciamo: Venite! Alcuni vogliono racchiudere Parola dentro le quattro pareti di una Chiesa ferma e non in attesa del Signore che viene. Andare incontro a lui ed ai fratelli, non essere fermi ad attendere. Poniamo in chiesa e nelle case la Lampada di Avvento, il Presepe, l’Albero di Natale e non permettiamo nei luoghi educativi di invocare il tuo nome. Usiamo, però la Festa della Fede per vendere ed acquistare; incassiamo e perdiamo ricchezze, tradendo il tuo nome: «Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie; lasci indurire il nostro cuore cosi che non ti tema?».
Perdonaci, Signore, per questi pensieri dubbiosi: «Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie».
Noi ti invochiamo: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Ritorna per amore dei tuoi servi!».
Usiamo dire ‘Il Signore verrà’: come è errato questo verbo! I primi credenti in Gesù invocavano gridando a te e al mondo: ‘Vieni Signore Gesù’! Nella ‘pienezza dei Tempi’ Gesù ‘viene’ per dimostrare la sua comunione di vita con l’uomo. Chiede di collaborare per trasformare il Mondo degli uomini (sottoposto al male) per realizzare un nuovo popolo di Dio, capace di resurrezione.
«Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!». Nei giorni che verranno ripeteremo tante volte ‘Auguri!’ e ‘Buon Natale!’. Perché non mutare il linguaggio del saluto e rispondere con il saluto biblico: «Signore nostro, vieni!», «Marana tha» (Aramaico); e la risposta: «Il Signore nostro viene», «Maràn athà» (Aramaico). Questo saluto usava San Paolo: «Il saluto è di mia mano, di Paolo. Marana tha: vieni, o Signore!» e San Giovanni: «Vieni, Signore Gesù!». Il Signore risponde a Giovanni: «Sì, verrò presto!».
Nei tempi il saluto dei Cristiani è cambiato: ‘Cristo Regni, Sia lodato Gesù Cristo, Vive Jesus, el senor, Vive Gesù, il Signor’. Ora è assente? Scegliamo un saluto per noi. Quale scegli, tu, … per te? Non è più di moda?! Potrebbe anche essere venuta l’ora di far rivivere questa … moda: «Fratelli, fate attenzione», cambiate direzione, strada, sentiero. «Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate». Passate dall’osservanza di norme e leggi del Diritto alla contemplazione del Vangelo, per divenire popolo di Dio in attesa, per andare. Osservare la Legge è buona cosa; la Salvezza sta altrove: è l’attesa «perché non sapete quando è il momento». Che il Signore «non vi trovi addormentati».
«Degno di fede è Dio: se lo rinnegate, lui vi rinnegherà» perché così, voi, avete liberamente voluto. Rispetterà la vostra volontà, non vi imporrà nulla, ma ricordate: da lui «siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!». «Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi!» perché il Padre nostro ha infuso in voi profondamente «i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza!». Così infonderete speranza in un mondo abituato al saluto della violenza e della guerra contro i fratelli.
Vieni, Signore Gesù! Tu, vieni, fa’ che impariamo ad ‘andare’, non ad ‘attendere’.
(didon)